" Maricoltura: aspetti organizzativi e organizzazione territoriale"

 
relatore: prof. Giorgio Spinelli, docente di Geografia Economica presso la Facoltà di Economiadell'Università "La Sapienza" di Roma

 

 

Com'é noto la maricoltura costituisce il settore di punta tra le numerose pratiche dell'acquicoltura, il più promettente per la qualità delle produzioni, il più foriero di aspettative nell'ottica della sostenibilità e della compatibilità ambientale.

Le produzioni, ovviamente di specie ittiche marine, sono ancora molto limitate per l'inadeguatezza delle tecniche ed i rischi connessi all'azione di vari elementi, più difficilmente controllabili in mare aperto rispetto a bacini protetti naturalmente o artificialmente. La variabilità delle condizioni meteorologiche, ma anche la mancanza di uno studio più attento ed un monitoraggio costante dei moti ordinari (correnti, maree) e della dinamiche biochimiche spontanee (composizione e scambi della salinità) e forzose, cioè legate all'intensità ed alla vasta gamma delle emissioni inquinanti, pongono una serie di problemi di non facile soluzione.

Anche l'abbinamento, in una forma quasi osmotica, con la protezione attiva degli habitat costieri e marini (parchi e riserve), incontra non pochi ostacoli con le pratiche e le aspettative, a breve ed a medio termine, delle comunità locali dei pescatori.

Salvo alcuni litorali dove esistono pratiche millenarie di acquicoltura nell'interfaccia terra-mare (vallicoltura, stagnicoltura) non é facile trasformare culture e pratiche fondate, da secoli, sull'attività di cattura, impacciate e schive dalle logiche di mercato, in un sistema produttivo efficiente che proprio sul mercato collochi il suo baricentro esistenziale.

Anche in caso di consistenti aiuti finanziari per ricapitalizzazioni economico-tecniche e nuove capitalizzazioni, sembra difficile raggiungere grandi risultati, almeno nel breve periodo, per una riconversione anche guidata. Una riconversione che probabilmente si renderà necessario effettuare in tempi rapidi, se le condizioni di ristrutturazione ed i vincoli ecosistemici posti dalla Unione Europea - come del resto é stato messo in debito risalto dal V° Piano della Pesca e Acquacoltura - non diventeranno più sensibili alle peculiarità degli innumerevoli milieu mediterranei.

In sostanza si ripropone per la PCP (Politica Comune della Pesca) qualcosa di simile, per facilità e superficialità di omologazione, a quanto irrealisticamente progettato con il piano Mansholt per l'agricoltura.

Fondamentale quindi in un'ottica di ottimizzazione, quindi di mediazione, tra esigenze di mercato e di razionalizzazione delle catture da un lato, e quelle dei soggetti e degli operatori interessati dall'altro, entrare nella logica della regionalizzazione costiera, quindi di una pianificazione territoriale e marina coordinate.

La maricoltura costituisce forse la sfida più avanzata nella prospettiva di un più evoluto rapporto tra retroterra ed avanmare.

Molto interessante e promettente in tale direzione é la linea di riorganizzazione e di gestione articolata per distretti marittimo-territoriali prospettata dall'Amministrazione competente (Direzione Generale della Pesca e Acquacoltura) nel V° Piano della pesca e dell'acquacoltura.

Una scelta difficile che dovrà sciogliere nodi complessi di aspettative e competenze, di vincoli tecnici assoluti e relativi, che, tra l'altro, richiederà un grosso apporto di studio dalle scienze economiche e sociali, ma che sicuramente é la più consona alla ricchezza del patrimonio umano e culturale dei nostri mari.

 

 

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